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Fragilità psichica nel mondo giovanile

di Filippo Urso,  in:  Vita Pastorale n.2/2010  pp.36-38


Molti giovani tra i 18 e i 30 anni presentano oggi - al di là di ogni inopportuna generalizza­zione - dei tratti comuni nel modo di essere e di comportarsi, con­traddistinti dall'individualismo, dal soggettivismo, dal consumismo e da una certa de-socializzazione. Sono fi­gli del liberalismo, della globalizza­zione, dei cambiamenti della fami­glia, segnata sempre più dalla separazione delle figure genitoriali e dall'in­stabilità del loro essere coppia e non più luogo di fiducia e di sicurezza.

I diversi volti della fragilità


Sono figli dei giovani vissuti tra gli anni '60-'70, i quali hanno scelto di non trasmettere ai loro ragazzi i valori religiosi e cristiani che avevano ricevuto, nell'intento di dare loro la felici­tà, senza però le regole della felicità. Se non sono più soggetti a mode di pensiero ideologico come nel passa­to, si presentano disponibili e attenti alla solidarietà, hanno però meno sen­so di appartenenza e punti di riferi­mento sicuri; la loro identità è sempre meno fondata sulla riflessione e sulla memoria delle proprie radici cri­stiane, storiche, letterarie e artistiche.
Immersi in un universo virtuale di videogiochi, Internet, televisione, cinema e romanzi. si lasciano con­formare dalle mode e, soggetti alle regole della società di mercato, sono sollecitati dalla pubblicità alla soddi­sfazione immediata dei desideri e a un vissuto della propria sessualità di­sordinato, confuso e antirelazionale. La conseguenza è che poi l'impat­to con la realtà, rispetto alle rappre­sentazioni spesso immaginarie e virtuali di sé e della vita, fa paura.
Il non saper rispondere alle domande sul senso della vita, gli insuccessi, le difficoltà da superare per en­trare nel mondo del lavoro, le insicu­rezze generate dalle competizioni, l'incapacità di fare rinunzie, la man­canza di risorse interiori e spirituali, l'abbandono delle responsabilità da parte degli educatori determinano sempre più psicologie ansiogene, scoraggiate, bloccate dalla paura. Così stress continui e stati ansiosi possono disgregare la personalità del giovane che, stretto nella morsa di negatività protratte, può sviluppare fobie e re­gressioni emotive talvolta fino al pa­tologico, con paure non più isolabili o circoscritte, ma che invadono ampi settori della personalità: attacchi di panico, angoscia, depressione, ano­ressia, bulimia, suicidio...
 Le radici delle fragilità
 
1. La prima causa di frammenta­zione la possiamo ravvisare nella crisi della famiglia. La famiglia è in crisi perché l'idea di essa è stata so­stituita - nella struttura immagina­ria, pulsionale, organizzativa delle persone - dall'idea della coppia.

2. Poi c'è il corto circuito dell'edo­nismo che non è da confondere con la ricerca della felicità. Per edoni­smo si vuol intendere il corto circui­to della ricerca della felicità. che di­venta infelicità: non c'è niente di più infelice di una disperata ricerca del­la felicità che si traduce psicologica­mente in disperazione.

3. Un altro punto da considerare è la progressiva omologazione di genere, cioè i maschi e le femmine si assomigliano sempre di più: ma se ciò comporta positivamente il fatto che agli uomini viene richiesta più tenerezza, intimità e sensibilità, ne­gativamente porta sempre più verso il transgender, cioè la teoria secon­do la quale la differenza sessuale sa­rebbe di secondaria importanza per stabilire i rapporti interpersonali.

4. La ricerca del vero è stata sosti­tuita dalla ricerca dell'autentico: c'è nella testa dei ragazzi una grandissi­ma confusione tra autentico e vero. Questa confusione non è di poco con­to, perché sul piano della morale, dell'etica, crea dei parametri su ciò che è vero e su ciò che non lo è, sulla base dell'autenticità. Perché una cosa sia buona è sufficiente che mi appaia sin­cera! Proviamo a fare un discorso con un gruppo di fidanzati cattolici sul tema dei rapporti prematrimonia­li, dicono: «Abbiamo dei rapporti ses­suali perché ci amiamo di un amore sincero; se una cosa è autentica non vedo la ragione per cui non può esse­re considerata vera!»
. Il termine ulti­mo non è la verità oggettiva delle co­se o la verità evangelica, ma è il sog­getto; non ci sono orizzonti esterni al soggetto, quando qualcosa è integral­mente e sinceramente vissuta, essa­ secondo questo sentire comune - è sufficiente perché sia buona.

5. L'ipnosi del tecnicismo: i gio­vani hanno la sensazione che lo stru­mento fondamentale della loro vita sia la tecnica che procede per sentie­ri autonomi e che rende necessario ciò che non è affatto necessario, inducendo una sorta di ipnosi perma­nente. Così è usata la televisione, co­me una sorta di baby-sitter perma­nente, o la musica negli orecchi...

6. L'evangelizzazione del giovani­le femminile.
Se le giovani donne non si convertono, non ci sarà in as­soluto speranza per la società. È il tempo del mistero mariano. Se l'eros non trova in sé la forza di diventare agape cioè amore che si dona, l'eros è sterile; quindi l'eros non può vive­re senza l'agape. Ma è anche vero che l'agape deve essere illuminato da una forza creatrice vitale: «Sì, l'eros vuole sollevarci "in estasi" ver­so il Divino, condurci al di là di noi stessi, ma proprio per questo richie­de un cammino di ascesa, di rinun­ce, di purificazioni e di guarigioni» (Benedetto XVI, Deus caritas est 4).

7. Necessità di comunità profeti­che e profeti nelle comunità.
Ci so­no uomini che riescono veramente a dare con la loro presenza fisica, ma­teriale, liturgica, estetica una forza profetica a ciò che fanno.
 
L'edonismo spirituale, alternativa a una via di fede sana
 
L'edonismo spirituale può essere
definito come ricerca di esperienze emozionanti relative alla spirituali­tà, per il tramite di sistemi rapidi e fruibili per tutti, a basso costo di tempo e di fatica. E’ attualmente pre­sente sul mercato una grande fioritu­ra di metodologie e tecnologie del sa­cro che promettono di disvelare esperienze spirituali (cf nuovi gno­sticismi come la New Age e metodi di meditazione di provenienza orien­tale). Quando non vi è solamente ri­cerca edonica ma si cerca veramen­te un cambiamento e una trascen­denza, se vengono utilizzati questi sistemi incompleti e abbreviati di sviluppo della parte spirituale, il messaggio che potrebbe passare è che sia possibile controllare da soli perfino le dimensioni spirituali e che sia possibile pervenire da soli al­la salvezza. Il rischio è di giungere ad una delusione ancora più grande.
 
La maturazione attraverso la sofferenza
 
Ogni sofferenza unita a quella di Cristo acquista un valore salvifico (cf Giovanni Paolo II, Salvifici dolo­ris), è possibilità di maturità e cresci­ta non solo spirituale, ma anche umana. Purtroppo attualmente viviamo nell'epoca in cui la superficialità è riuscita a vincere ogni tipo di profon­dità e la dissimulazione ci porta conti­nuamente a intraprendere attività di­versive edonicamente finalizzate; è stata eliminata la dignità della soffe­renza, il dolore deve essere cancella­to a tutti i costi dalle nostre vite. Un effetto collaterale della nostra attua­le impostazione socio-culturale è sta­to di generare un atteggiamento di ri­fiuto e di ribellione a qualsiasi forma di esperienza di dolore, che è esatta­mente l'atteggiamento che può pro­durre l'aggravarsi di una crisi facen­dola degenerare verso la patologia mentale o verso la disperazione e il rifiuto della vita.
Un giovane adolescente che non è pronto ad affrontare la sofferenza, e probabilmente neanche lo sforzo e la fatica, non sarà in grado di affrontare la crisi evolutiva che lo avrebbe dovuto far progredire nel suo percorso di sviluppo. Se non vi è alcuna speranza nascosta dietro la sofferenza, se non vi è alcu­no scopo e nessun senso, allora sarà impossibile affrontarla. Ciò che ri­marrà sarà l'''anestesia'', che si ma­nifesta con atteggiamenti diversivi, o l'eutanasia, che si manifesta con atteggiamenti suicidari. Dovremmo concentrarci sulla nostra interiori­tà. Sant' Agostino ci ha insegnato i pericoli del disperdersi all'esterno invece di concentrarsi sulla propria interiorità, dove si può incontrare lo Spirito: «Noli foras ire, in interio­re homine stat veritas».
Attualmente c'è lo sforzo delle ca­se farmaceutiche di sviluppare psico­farmaci da utilizzare in fasce d'età sempre più basse: se un bambino manifesta un comportamento fuori dalla norma o è troppo vivace, allora gli si può somministrare, per esem­pio, il Ritalin. 
Qual è il problema? Null'altro se non quello di farsi gui­dare dalla scienza farmacologica, non c'entrano magari i genitori che non sono mai a casa o la mancanza di affetto o il fatto che il bambino può avere bisogno di uno sforzo in più da parte di chi lo accudisce.
 
L'uso di tecniche nella gestione delle relazioni interpersonali ha un prezzo da pagare: è la perdita dell'af­fettività e del contatto umano all'in­terno della relazione. Se è sufficiente applicare pedissequamente un meto­do studiato scientificamente, allora l'insegnante o il genitore deve essere uno strumento che usa la tecnica e che si pone in una posizione seconda­ria, la relazione autentica che coin­volge docenti e discenti si sposta ver­so un terzo fattore esterno a loro. Non vi è responsabilità personale, il coinvolgimento si affievolisce, la re­sponsabilità viene delegata; purtrop­po accade che l'allievo o il figlio ven­ga trattato come un oggetto, perché gli oggetti sono ciò che viene studia­to dalle scienze esatte e che ad esse possono rispondere, mentre un sog­getto non risponderà alla stessa stre­gua avendo caratteristiche differenti.
 
La proposta: un ritorno alla vita spirituale
 
Il giovane che fugge dalla propria fragilità e non impara a trattarla è co­stretto a rimanere in superficie at­tuando comportamenti diversivi o sostitutivi, mentre esiste un sano rapporto con la sofferenza che è in grado di far raggiungere le dimensio­ni interiori più profonde, e attivare dimensioni di genuina spiritualità che possono produrre un rafforza­mento della personalità.
Il ritorno alla vita spirituale e re­ligiosa (cioè di vissuto di preghiera e sacramenti); con le sue risorse so­prannaturali, non può non avere un impatto positivo sul giovane provato dalle fragilità psichiche, perché la vita spirituale svolge an­che una funzione preventiva e rego­latrice delle nevrosi dei nostri giorni e accelera i processi di guarigio­ne dell'anima e del corpo lì dove c'è una malattia psichica.
Una vita spirituale autentica accet­ta gli scarti della vita per amore a Dio, con umiltà riconosce i propri li­miti e corrobora la struttura della vi­ta interiore, perché rinvigorisce tutta l'esistenza mettendo in comunione con Dio che è la pienezza della vita. La preghiera e in particolare i sacra­menti della confessione e dell'eucari­stia, la vita di comunità e il servizio dei poveri e dei sofferenti sono «i se­gni privilegiati che aprono alla pre­senza e alla grazia del Risorto e dona­no senso e forza alla vita» (Cei, Testi­moni di Gesù Risorto, speranza del mondo 27), aiutando a trasformare ciò che è sofferenza in offerta, ciò che è lamento in canto, ciò che è cam­mino di morte in danza di vita.
Dunque, l'evangelizzazione della parola di Cristo - esigente ma libe­rante - sull'amore e sulla vita, la certezza d'essere amati da Dio e dalla Chiesa, la parola di vita e di fiducia di chi crede nei giova­ni e li incontra nei loro ideali e bisogno di spiritualità - come ha fatto Giovanni Paolo II nei raduni mondiali delle GMG -, la scoperta della vita interiore e della sua fecondità, la bellezza della gioia rispetto alla tristezza del piace­re e, infine, l'esperienza di pienezza di vita nella preghiera e nei sacra­menti, potranno certamente irrobu­stire la psiche del giovane e costitui­ranno il superamento della paura e dell'angoscia, verso una vita piena­mente umana e divina.
Concluderei dicendo che talvolta il farmaco è necessario, sotto la gui­da del medico, e possiamo parago­narlo a un bastone sul quale appog­giarsi per un breve periodo di tempo, cioè quello necessario per superare fasi acute e critiche, alle quali pur­troppo in modo sprovveduto si è arri­vati; dal farmaco bisognerà poi di­staccarsi, impostando un nuovo stile di vita. Quindi il farmaco (solo nei ca­si davvero necessari), unito alla tera­pia comportamentale, può abbrevia­re il tempo della ripresa e della soffe­renza, ma non la toglie: bisogna lavo­rare nella dimensione dello spirito, delle relazioni interpersonali, ecc.
 
Filippo Urso
biblista, direttore dell'Ufficio diocesano e regionale per la pastorale della salute in Puglia