di Filippo Urso, in: Vita Pastorale n.2/2010 pp.36-38
| Molti
giovani tra i 18 e i 30 anni presentano oggi - al di là di ogni inopportuna
generalizzazione - dei tratti comuni nel modo di essere e di comportarsi, contraddistinti
dall'individualismo, dal soggettivismo, dal consumismo e da una certa de-socializzazione.
Sono figli del liberalismo, della globalizzazione, dei cambiamenti della famiglia,
segnata sempre più dalla separazione delle figure genitoriali e dall'instabilità
del loro essere coppia e non più luogo di fiducia e di sicurezza. I diversi volti della fragilità Immersi in un universo virtuale di videogiochi, Internet, televisione, cinema e romanzi. si lasciano conformare dalle mode e, soggetti alle regole della società di mercato, sono sollecitati dalla pubblicità alla soddisfazione immediata dei desideri e a un vissuto della propria sessualità disordinato, confuso e antirelazionale. La conseguenza è che poi l'impatto con la realtà, rispetto alle rappresentazioni spesso immaginarie e virtuali di sé e della vita, fa paura. Il non saper rispondere alle domande sul senso della vita, gli insuccessi, le difficoltà da superare per entrare nel mondo del lavoro, le insicurezze generate dalle competizioni, l'incapacità di fare rinunzie, la mancanza di risorse interiori e spirituali, l'abbandono delle responsabilità da parte degli educatori determinano sempre più psicologie ansiogene, scoraggiate, bloccate dalla paura. Così stress continui e stati ansiosi possono disgregare la personalità del giovane che, stretto nella morsa di negatività protratte, può sviluppare fobie e regressioni emotive talvolta fino al patologico, con paure non più isolabili o circoscritte, ma che invadono ampi settori della personalità: attacchi di panico, angoscia, depressione, anoressia, bulimia, suicidio... 1. La prima causa di frammentazione la possiamo ravvisare nella crisi della famiglia. La famiglia è in crisi perché l'idea di essa è stata sostituita - nella struttura immaginaria, pulsionale, organizzativa delle persone - dall'idea della coppia. 2. Poi c'è il corto circuito dell'edonismo che non è da confondere con la ricerca della felicità. Per edonismo si vuol intendere il corto circuito della ricerca della felicità. che diventa infelicità: non c'è niente di più infelice di una disperata ricerca della felicità che si traduce psicologicamente in disperazione. 3. Un altro punto da considerare è la progressiva omologazione di genere, cioè i maschi e le femmine si assomigliano sempre di più: ma se ciò comporta positivamente il fatto che agli uomini viene richiesta più tenerezza, intimità e sensibilità, negativamente porta sempre più verso il transgender, cioè la teoria secondo la quale la differenza sessuale sarebbe di secondaria importanza per stabilire i rapporti interpersonali. 4. La ricerca del vero è stata sostituita dalla ricerca dell'autentico: c'è nella testa dei ragazzi una grandissima confusione tra autentico e vero. Questa confusione non è di poco conto, perché sul piano della morale, dell'etica, crea dei parametri su ciò che è vero e su ciò che non lo è, sulla base dell'autenticità. Perché una cosa sia buona è sufficiente che mi appaia sincera! Proviamo a fare un discorso con un gruppo di fidanzati cattolici sul tema dei rapporti prematrimoniali, dicono: «Abbiamo dei rapporti sessuali perché ci amiamo di un amore sincero; se una cosa è autentica non vedo la ragione per cui non può essere considerata vera!» | 5. L'ipnosi del tecnicismo: i giovani hanno la sensazione che lo strumento fondamentale della loro vita sia la tecnica che procede per sentieri autonomi e che rende necessario ciò che non è affatto necessario, inducendo una sorta di ipnosi permanente. Così è usata la televisione, come una sorta di baby-sitter permanente, o la musica negli orecchi... 6. L'evangelizzazione del giovanile femminile. Se le giovani donne non si convertono, non ci sarà in assoluto speranza per la società. È il tempo del mistero mariano. Se l'eros non trova in sé la forza di diventare agape cioè amore che si dona, l'eros è sterile; quindi l'eros non può vivere senza l'agape. Ma è anche vero che l'agape deve essere illuminato da una forza creatrice vitale: «Sì, l'eros vuole sollevarci "in estasi" verso il Divino, condurci al di là di noi stessi, ma proprio per questo richiede un cammino di ascesa, di rinunce, di purificazioni e di guarigioni» (Benedetto XVI, Deus caritas est 4). 7. Necessità di comunità profetiche e profeti nelle comunità. Ci sono uomini che riescono veramente a dare con la loro presenza fisica, materiale, liturgica, estetica una forza profetica a ciò che fanno. L'edonismo spirituale, alternativa a una via di fede sana L'edonismo spirituale può essere definito come ricerca di esperienze emozionanti relative alla spiritualità, per il tramite di sistemi rapidi e fruibili per tutti, a basso costo di tempo e di fatica. E’ attualmente presente sul mercato una grande fioritura di metodologie e tecnologie del sacro che promettono di disvelare esperienze spirituali (cf nuovi gnosticismi come la New Age e metodi di meditazione di provenienza orientale). Quando non vi è solamente ricerca edonica ma si cerca veramente un cambiamento e una trascendenza, se vengono utilizzati questi sistemi incompleti e abbreviati di sviluppo della parte spirituale, il messaggio che potrebbe passare è che sia possibile controllare da soli perfino le dimensioni spirituali e che sia possibile pervenire da soli alla salvezza. Il rischio è di giungere ad una delusione ancora più grande. La maturazione attraverso la sofferenza Ogni sofferenza unita a quella di Cristo acquista un valore salvifico (cf Giovanni Paolo II, Salvifici doloris), è possibilità di maturità e crescita non solo spirituale, ma anche umana. Purtroppo attualmente viviamo nell'epoca in cui la superficialità è riuscita a vincere ogni tipo di profondità e la dissimulazione ci porta continuamente a intraprendere attività diversive edonicamente finalizzate; è stata eliminata la dignità della sofferenza, il dolore deve essere cancellato a tutti i costi dalle nostre vite. Un effetto collaterale della nostra attuale impostazione socio-culturale è stato di generare un atteggiamento di rifiuto e di ribellione a qualsiasi forma di esperienza di dolore, che è esattamente l'atteggiamento che può produrre l'aggravarsi di una crisi facendola degenerare verso la patologia mentale o verso la disperazione e il rifiuto della vita. Un giovane adolescente che non è pronto ad affrontare la sofferenza, e probabilmente neanche lo sforzo e la fatica, non sarà in grado di affrontare la crisi evolutiva che lo avrebbe dovuto far progredire nel suo percorso di sviluppo. Se non vi è alcuna speranza nascosta dietro la sofferenza, se non vi è alcuno scopo e nessun senso, allora sarà impossibile affrontarla. Ciò che rimarrà sarà l'''anestesia'', che si manifesta con atteggiamenti diversivi, o l'eutanasia, che si manifesta con atteggiamenti suicidari. Dovremmo concentrarci sulla nostra interiorità. Sant' Agostino ci ha insegnato i pericoli del disperdersi all'esterno invece di concentrarsi sulla propria interiorità, dove si può incontrare lo Spirito: «Noli foras ire, in interiore homine stat veritas». Attualmente c'è lo sforzo delle case farmaceutiche di sviluppare psicofarmaci da utilizzare in fasce d'età sempre più basse: se un bambino manifesta un comportamento fuori dalla norma o è troppo vivace, allora gli si può somministrare, per esempio, il Ritalin. | Qual è il problema? Null'altro se non
quello di farsi guidare dalla scienza farmacologica, non c'entrano magari i
genitori che non sono mai a casa o la mancanza di affetto o il fatto che il
bambino può avere bisogno di uno sforzo in più da parte di chi lo accudisce. L'uso di tecniche nella gestione delle relazioni interpersonali ha un prezzo da pagare: è la perdita dell'affettività e del contatto umano all'interno della relazione. Se è sufficiente applicare pedissequamente un metodo studiato scientificamente, allora l'insegnante o il genitore deve essere uno strumento che usa la tecnica e che si pone in una posizione secondaria, la relazione autentica che coinvolge docenti e discenti si sposta verso un terzo fattore esterno a loro. Non vi è responsabilità personale, il coinvolgimento si affievolisce, la responsabilità viene delegata; purtroppo accade che l'allievo o il figlio venga trattato come un oggetto, perché gli oggetti sono ciò che viene studiato dalle scienze esatte e che ad esse possono rispondere, mentre un soggetto non risponderà alla stessa stregua avendo caratteristiche differenti. La proposta: un ritorno alla vita spirituale Il giovane che fugge dalla propria fragilità e non impara a trattarla è costretto a rimanere in superficie attuando comportamenti diversivi o sostitutivi, mentre esiste un sano rapporto con la sofferenza che è in grado di far raggiungere le dimensioni interiori più profonde, e attivare dimensioni di genuina spiritualità che possono produrre un rafforzamento della personalità. Il ritorno alla vita spirituale e religiosa (cioè di vissuto di preghiera e sacramenti); con le sue risorse soprannaturali, non può non avere un impatto positivo sul giovane provato dalle fragilità psichiche, perché la vita spirituale svolge anche una funzione preventiva e regolatrice delle nevrosi dei nostri giorni e accelera i processi di guarigione dell'anima e del corpo lì dove c'è una malattia psichica. Una vita spirituale autentica accetta gli scarti della vita per amore a Dio, con umiltà riconosce i propri limiti e corrobora la struttura della vita interiore, perché rinvigorisce tutta l'esistenza mettendo in comunione con Dio che è la pienezza della vita. La preghiera e in particolare i sacramenti della confessione e dell'eucaristia, la vita di comunità e il servizio dei poveri e dei sofferenti sono «i segni privilegiati che aprono alla presenza e alla grazia del Risorto e donano senso e forza alla vita» (Cei, Testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo 27), aiutando a trasformare ciò che è sofferenza in offerta, ciò che è lamento in canto, ciò che è cammino di morte in danza di vita. Dunque, l'evangelizzazione della parola di Cristo - esigente ma liberante - sull'amore e sulla vita, la certezza d'essere amati da Dio e dalla Chiesa, la parola di vita e di fiducia di chi crede nei giovani e li incontra nei loro ideali e bisogno di spiritualità - come ha fatto Giovanni Paolo II nei raduni mondiali delle GMG -, la scoperta della vita interiore e della sua fecondità, la bellezza della gioia rispetto alla tristezza del piacere e, infine, l'esperienza di pienezza di vita nella preghiera e nei sacramenti, potranno certamente irrobustire la psiche del giovane e costituiranno il superamento della paura e dell'angoscia, verso una vita pienamente umana e divina. Concluderei dicendo che talvolta il farmaco è necessario, sotto la guida del medico, e possiamo paragonarlo a un bastone sul quale appoggiarsi per un breve periodo di tempo, cioè quello necessario per superare fasi acute e critiche, alle quali purtroppo in modo sprovveduto si è arrivati; dal farmaco bisognerà poi distaccarsi, impostando un nuovo stile di vita. Quindi il farmaco (solo nei casi davvero necessari), unito alla terapia comportamentale, può abbreviare il tempo della ripresa e della sofferenza, ma non la toglie: bisogna lavorare nella dimensione dello spirito, delle relazioni interpersonali, ecc. Filippo Urso biblista, direttore dell'Ufficio diocesano e regionale per la pastorale della salute in Puglia |